Viviamo un momento di grande fermento politico. Con l’avvicinarsi della scadenza elettorale le forze politiche dispiegano le proprie forze in maniera sempre più massiccia. Come accendiamo la televisione sentiamo parlare di programmi, alleanze, strategie, sondaggi e chi più ne ha più ne metta.
La situazione italiana è complessa ed articolata, e senz’altro non semplici sono le soluzioni ai problemi che viviamo in questi tempi. Ma c’è una cosa, secondo me, più importante di tutte, perché se si risolve quella, a cascata si potrà intervenire su molte altre questioni spinose ed urgenti, in modo efficace.
A costo di essere accusato di semplificare troppo la faccenda, ritengo quindi che chiunque vincerà le elezioni, se vorrà cambiare veramente le cose, dovrà sporcarsi le mani con una faccenda tanto importante quanto “rognosa” e delicata: tagliare in maniera radicale le spese fisse dello Stato.
Volendo fare un paragone, in una famiglia qualsiasi, quando si spende troppo rispetto a quanto si guadagna, cosa si fa? Semplice: si risparmia. Risparmiare significa fondamentalmente tagliare le spese, con il solo ed unico obiettivo di far tornare i conti.
La “famiglia Italia”, invece, durante decenni di spesa pubblica allegra e spensierata, per non dire molto di peggio, ha speso molto (eufemismo) di più di quello che si poteva permettere, ed oggi si ritrova con un debito pubblico spaventoso e interessi da pagare sui propri debiti che fanno a dir poco paura. Interessi che devono pagare i cittadini italiani.
Nella pubblica amministrazione, non credo di dire niente di nuovo e nessuno si potrà scandalizzare per questo, hanno trovato un “nido accogliente” una moltitudine di italiani, messi lì dal sistema politico, perché portatori di voti, determinanti per governare, o più semplicemente per avere peso politico. Quindi non perché ci fosse bisogno di risorse umane, ma bisogno di consenso. Risultato: per fare quello per cui servono in 10, ce ne sono 20 (sarò ottimista?). Ergo: i costi sono il doppio di quello che invece dovrebbe essere il budget. E gli altri 10 non hanno niente da fare, e spesso niente fanno, mentre il resto della popolazione lavora anche per pagare lo stipendio a loro. Non male come prospettiva, eh?!
Non voglio fare l’ipocrita, non do la colpa alle 10 persone in più, ma al sistema che ha consentito loro di assumere una posizione spesso parassitaria, invece di avere infuso in loro la cultura del lavoro, dell’impresa, e della realizzazione personale e professionale.
Diciamo le cose come stanno: tutte le forze politiche, chi più, chi meno, nel corso dei decenni hanno costruito il loro consenso in larga parte sulla gestione del denaro pubblico, ed ora si trovano di fronte ad uno scoglio che per essere superato, comporterà per loro dei momenti assai dolorosi. E quindi se vorranno (anzi dovranno, non si scappa) intervenire, dovranno in qualche modo farsi del male, perché dovranno andare ad intaccare l’impalcatura del loro consenso. Si potrà rimandare, peggiorando ulteriormente la situazione, ma non si potrà evitare.
E i tagli dovranno essere netti e cospicui, solo così si potrà rimettere in moto una macchina, che per quanto bella e potente, consuma oggi come un jumbo. Abolizione delle province, di molti enti, molto spesso completamente inutili, blocco o grande limitazione alle assunzioni nel settore pubblico, diffusione di una cultura nuova del lavoro, questo andrà fatto. E presto. La cultura, tutta italiana, del postarello nel settore pubblico, dove non di rado si trascorrono intere giornate senza alzare un dito va combattuta senza quartiere. Soprattutto a livello culturale.
Io sono dell’opinione che prima di tutto si devono far tornare i conti, poi, SOLO poi, si può parlare di tutto il resto. Ma per fare questo ci vorrà un atto di coraggio, impopolare, senza dubbio, dell’intero sistema politico italiano. Ma anche da veri statisti. Un cambiamento radicale di rotta e di metodo.
Non si scappa, per qui si dovrà passare. E’ indubbio che il nostro sistema di spesa pubblica non è più sostenibile, è indubbio che molti dovranno iniziare a cercarsi un lavoro vero.
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